Gioco al massacro

V

i è mai capitato di “fingere” di abbandonare qualcuno allo scopo di essere trattenuti? Credo sia una delle tante forme di espressione della scarsa autostima, dell’insicurezza, della paura di rimanere soli. E’ il modo classico per attirare su di sé l’attenzione degli altri. Questo fatto, ti fa sembrare egocentrico. Ed è l’assurdo. In realtà è un segnale di grande debolezza, immaturità, frutto a volte, di esperienze negative che ci hanno segnato. Io ci vedo pure masochismo. Pensate a me, a quanto sia terrorizzato dal rischio e dalle scelte; eppure mi espongo a certe condotte altrui in grado di ferirmi a morte. Dunque, vi è capitato di “fingere” di allontanarvi per essere trattenuti? Quando ottenete un: “Se vuoi andare, vai”, come reagite? Una classica mazzata tra capo e collo, oppure la risposta che vi aspettavate ma avete voluto venisse “certificata” attraverso la vostra sofferenza? Mi affligge tutto ciò, per il discorso che ho fatto ad inizio articolo; tutto muove dal niente che riempie le nostre vite reali, dall’illusione di trovare qualcuno che condivida il proprio sentire. Non sto scrivendo cose nuove su di me ma volevo porre l’accento su quanto, la vita di relazione, influisce sul nostro modo di agire. Spesso emergono altri “io” che non avremmo mai immaginato di essere. Se immagino la mia vita a fianco di qualcuno, la immagino all’insegna della subordinazione. Ora soffro, ma potrei soffrire di più.

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Ponte Tibetano

D

a qualche parte ho sentito dire che per essere felice devi fare quello che ti piace. Sarete d’accordo con me se aggiungo che non sempre è possibile, vero? Allora appare più di questa terra affermare: “Per essere felice non devi fare quello che non ti piace”. In entrambi i casi, possiamo sfidare il destino mettendoci di buona volontà. Se io conduco una vita logorante e snervante per via del lavoro e poi abbino una esistenza apatica e noiosa, una volta chiusa la porta dell’ufficio, devo innanzitutto volere cambiare registro. A questo punto l’ostacolo più duro da superare è la rassegnazione incipiente e la tentazione di guardarsi intorno. Se si riesce a compiere il miracolo di azzerare il senso di vuoto che ci opprime, possiamo dedicarci alla nostra felicità. Fare quello che ci piace: beh, avere delle passioni può rappresentare un ottimo antidoto alla depressione. Coltivarle richiede costanza e la costanza deve essere impermeabile alle mutazioni d’umore. Non fare quello che non ci piace: lavoro a parte, qui entra in gioco l’autostima. Se ci amiamo a sufficienza, eviteremo le tentazioni che portano ad una serenità effimera, artificiale e quelle che, a posteriori ci fanno stare da cane. Avete visto quanto è bello teorizzare sulla vita? Quanto, a parole, si può fare per dare un senso ed il giusto orientamento alla nostra triste quotidianità? Mi farebbe piacere se qualcuno si riconoscesse in questo testo perché ho l’impressione che molti di noi si trovano a fare i conti con l’eterno dilemma tra libero arbitrio e fato. Ad una “certa” si attraversa un pericolosissimo ponte tibetano, traballante come i nostri desideri, sospesi tra sogno e realtà. Scoprirsi ogni giorno a percorrerlo è già un segno di coraggio.

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