Testa e gambe

N

ona uscita. Sessantuno chilometri. La bici è un po’ così: non sai dove ti porterà e come ti porterà, fino a quando non sali in sella e cominci a pedalare. Di solito basta qualche chilometro per capire se è giornata oppure no; le gambe sono il motore ma il cervello le muove e se lui non lancia il comando, fai poca strada. Un bel mix di forza e istinto, la bici. Con il chiaro del mattino che attraversa le fessure della tapparella, non costa fatica alzarsi che sono le sette. Ieri ho sfruttato le ore migliori, con il sole che fortunatamente, ha aspettato il pomeriggio per farsi sentire. Ci sono stati momenti della mia pedalata in cui mi sono potuto permettere di stare al centro della strada, respirare a pieni polmoni, salutare amanti della corsa e colleghi a due ruote. Quando ho affrontato il tratto che dal traguardo mi avrebbe riportato a casa, mi sono lasciato andare ad un quasi grido liberatorio, complice la discesa ed il silenzio che faceva da sfondo. Come vi ho detto all’inizio, il comando parte dal cervello, le gambe eseguono il compito. Queste sono le uscite che riconciliano con la pace dei sensi e con la sensazione di non avere nulla in testa se non pensieri positivi. Oggi avevo ancora una bella scorta di immagini e sensazioni, quanto basta per rendermi sopportabile un lunedì pieno di rotture. Viva la bici. Viva.

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Bagno caldo

O

ggi pomeriggio, appena rientrato a casa, ho riempito la vasca di acqua calda e mi sono infilato dentro, sotto una bella coltre di schiuma. Poi ho avviato Spotify e via, Vasco a palla. Il rituale del bagno sancisce la fine della settimana lavorativa e poco importa se siamo in estate e la doccia fredda sarebbe (forse) il toccasana. Ho chiuso gli occhi mentre ascoltavo “Vivere”, un pezzo che mi fa venire i brividi e di cui conosco il testo a memoria.  Vivere, o sopravvivere? “Vivere, anche se sei morto dentro; vivere, e devi essere sempre contento”. Quanta verità, quante facce dobbiamo mostrare fino a che non rimaniamo soli con noi stessi, magari immersi in una vasca da bagno.  La chiamano “estate isterica”, come questo duemiladiciotto, senza un canone preciso di comportamento. Bizzoso, imprevedibile, non si riesce a stargli dietro. E così ho rinunciato a volerlo per forza normale, rispettoso delle regole, come mi piace essere e come vorrei fossero gli altri. Lo accetto come un amico che ogni tanto dà di matto e per calmarlo, devi stare in silenzio ed ascoltare. Il fine settimana porta con sé una chiacchierata con mamma, l’ennesima, su quanto sia pericoloso invecchiare: le difese si abbassano, i pensieri si accavallano, vuoi solo stare bene e non crollare. Non si può eternamente accettare situazioni che arrecano disagio. Dovrei ricominciare a muovermi su diversi fronti perché ora la priorità è il lavoro; in particolare si tratta di creare le condizioni per recuperare l’equilibrio nervoso. Per ora butto tutto nel calderone di questo anno pazzo. Almeno ho una giustificazione.

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