La guerra dei poveri

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hi vuole la guerra, avrà la guerra. Stamattina sono stato dal mio “medico” di base per avere due giorni di malattia al lavoro. Non ha un briciolo di sensibilità, mostra poca attenzione ai casi, giunge a conclusioni affrettate. Ho provato a spiegargli che sono notti che non dormo, nonostante l’ipnoinducente. Mi alzo nel cuore della notte, riprendo qualche goccia, cammino. Quando suona la sveglia sono uno zombie. Ho anche precisato che in ufficio le condizioni di lavoro sono al limite della sopportabilità umana. Turni di sportellatura logoranti, gente che ti insulta, carichi di lavoro concentrati su pochi soggetti a causa della mancanza di personale. Aggiungiamoci il fatto di viaggiare. Lui dopo aver finto di ascoltarmi ha detto: “ La sua insonnia non ha alcuna ragione nel lavoro e nella vita che conduce, la ragione principale è lei. Psicoterapia o psichiatra? Le faccio qualche nome?” Ho pensato bene di aggiungere che quotidianamente faccio autoanalisi e mi approccio alla vita sforzandomi di essere positivo. Risposta : “Sappia che non serve a nulla e che lei non può avere il controllo su se stesso. Vuole la malattia?”. La vita è questa, uno si sente solo con le proprie angosce e crede di essere sempre nel giusto. Poi un giorno esce un tipo  in giacca e capello lungo con una laurea in medicina (?) che ti dice di affidarti a qualcuno bravo. Come se già non lo sapessi. Quello che più mi sta sui coglioni è quel numero consistente di persone che non si fa i cazzi propri. Del tipo: una collega avvezza ad osservare ciò che fanno gli altri più che a lavorare, va a riferire al capo presunte ingiustizie e favoritismi. Il capo non è super partes, si lascia condizionare, mette in dubbio persino la mia professionalità. Beh, avete voluto la guerra? Guerra avrete.

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“Piatto unico”

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on aria dimessa e un po’ sognante osservo il “piatto unico” che la cameriera ha depositato con irruenza sul mio tavolo. Sembra voglia sbattermi in faccia la realtà. In effetti non c’è nulla di allegro in quell’hamburger vegetariano duro come un freesbee. Anche la pasta è scotta. L’odierno è insipido con un retrogusto acido; solo al bar, la forchetta nella mano destra e l’indice sinistro che scorre pagine senza un perché. Alienato tra gli alieni, il numero tra i numeri. La pausa pranzo non è mai un bel momento, almeno per me. Da solo però, riesco finalmente a non parlare di lavoro. Io e il mio piatto tris. Sento intorno a me un gran lamento di anime dannate alla vita da impiegati, perennemente scontenti della propria condizione. Alcuni di loro hanno ragione, altri meno, ma tutti nel loro piccolo ambiscono a stare meglio. Il pesce però puzza tantissimo. Là in alto, la testa, puzza ancora di più. Io non voglio assorbire il malcontento generale, lascio che gli altri facciano quel che devono; io desidero ardentemente stare bene, anche se ciò richiede sacrifici in senso contrario. Fare ciò che non vuoi come strumento per tarare la tua voglia di cambiamento. Sono pronto. Ho ancora un futuro, non ho le catene né ai piedi né al cervello. Rimane sempre forte, disperata, incontenibile, la voglia di condividere questi pensieri con voi.

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