Il gabbiano John Livingstone

C
erto che sono proprio un bel tipo. Io devo assolutamente imparare che se c’è un luogo al mondo nel quale il cuore va dimenticato quello è il luogo di lavoro. Io non mi sopporto più. Ho iniziato da poco a leggere un libro che fin dalle prime pagine mi sta emozionando. Di questo libro potete vedere la prima pagina qui, sul mio blog. La trama è la seguente: un uomo ( l’autore ) scopre di essere ammalato di una di quelle bestie che non danno scampo ed allora inizia un percorso di cura, più che del corpo, dell’anima. Lo fa attraverso alcuni viaggi che lo porteranno a scoprire molto di sé e a “guarire”, se non altro interiormente. Mi piace l’espressione “guardare sé fuori da sé”. Se si entra in un tunnel senza uscita ( qualunque esso sia, una malattia od uno stato di abbandono morale che sembra non avere cura ) la via da seguire è una: osservarsi come fossimo un sé fuori da sé e provare ad annullare ciò che si è stati fino ad allora, dimenticando chi si è, come si è agito, come si è reagito. Nonostante il paragone possa sembrare del tutto improprio (tenuto conto del mio fievole problema) esso mi spinge tuttavia a fare qualche riflessione. Il luogo di lavoro è uno di quegli ambienti, luoghi, posti ( chiamatelo come volete) in cui il cuore si azzera e trionfa il cervello; non solo per quanto concerne i compiti assegnati ma soprattutto per ciò che riguarda i rapporti. Non l’ho mica capito io. E poi è del tutto assurdo che io faccia fatica a trovare stimoli e cuore dove serve ( per scrivere e quindi per vivere) mentre invece mi scopro un’anima pia sul lavoro. Assurdo. Non ci sto più con la testa davvero. Questo è il punto di non ritorno. Oggi, ne ho avuto la riprova. E allora, il tunnel nel quale sono entrato appare senza uscita; o meglio potrebbe apparire senza uscita se io non cominciassi a prendere seri provvedimenti. Guardarmi fuori da me. Siamo solo a Giovedì, la mia settimana finisce qui perché a causa dello sciopero dei treni, sarò costretto a prendere un giorno di ferie. Ma sono uno straccio. Il mio tipo di lavoro mi porta ad intavolare rapporti seppur estemporanei con gente della più diversa specie; cerco dunque di essere il più possibile umano ma qui casca l’asino. Io sono talmente umano da pensare che anche un semplice utente allo sportello meriti attenzione oltre misura. “Non farti commuovere”, “Non fare in modo che la situazione di un soggetto si trasformi un tuo personale problema”. Io mi chiedo come faccio a cascarci ogni volta, a farmi conseguenti paturnie, ed a temere persino un giudizio negativo. Non scrivo nulla di nuovo. Sono semplicemente un recidivo inconcludente. Ma poi la pazienza si perde. Mi guardo e sono fuori da me, non fuori di me, preciso. Io voglio vivere cavoli, basta! Io non voglio più chiedermi perché, per come, se, come mai, se avessi…Voglio solo agire, sconnesso da ogni sentimento e da ogni minima preoccupazione delle conseguenze del mio agire. Nessuno mi giudica, nessuno ha i titoli per farlo. Voglio volare, essere libero come il gabbiano John Livingstone. Intanto continuo a guardarmi fuori da me.

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6 comments

  1. @Chiara: Ciao Chiara, il libro in questione è “Un altro giro di giostra” di Tiziano Terzani. Lo hai letto per caso? Ciao!

    @Sara: Ne approfitterò Sara! Spero un giorno di poter rileggere questo articolo e dire: “Ah quanto sono cambiato da allora!” Un abbraccio

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  2. Quello che hai scritto mi ricorda una persona.. Io! O meglio, la persona che ero… Come ti capisco!!

    Approfitta di queste giornate e vedi di.. ripigiarti!!
    In bocca al lupo!

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  3. Domani vacanza anche per me, sempre per lo sciopero dei treni! 🙂
    Ma non ho mica capito di che libro parli, come si intitola? Ne ho letti due o tre che si adatterebbero più o meno bene alla trama da te scritta 😉

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  4. Mettiamola così Paolo: per me è un rischio spostarmi. Ma se penso a come mi sento fisicamente e mentalmente, il giorno di feri enon è poi tutta sta tragedia.. Un abbraccio.

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