Contrappasso

C

onosciamo tutti ( o quasi ) la legge del contrappasso. In parole povere, sei colpevole di qualcosa e ti viene inflitta una pena contraria alla colpa. Rimanendo in tema di “mal comune mezzo gaudio” scopro con piacere di non essere il solo a provare piacere nell’attività dell’auto-fustigazione. Solitamente infatti, amo farmi male negandomi la possibilità di godere, di provare soddisfazione, di vivere. Ecco, nel mio caso il contrappasso non attacca. Trovo invece una speciale corrispondenza con il comportamento di coloro che sono colpevoli del non voler pensare, del non riuscire a rimanere fermi per timore di sentirsi soli. Quale pena viene inflitta loro? O meglio, quale pena decidono di auto-infliggersi? Per contrappasso, applicano la peggiore possibile, ovvero vivono una vita piena di vita, tanto piena da non saperla più gestire, convinti che questo sia il modo giusto per stare bene, per essere felici. Prendiamo ad esempio mia madre. Lei non ha età, lei è una donna viva la cui età anagrafica non consente più di tanto di soffermarsi a pensare alla vita futura. Chissà cosa pensa una persona anziana quando la propria esistenza ha in gran parte esaurito il download. Ma vedo mia madre e per quel poco che vedo, noto la sua iperattività come legge alla quale non può sottrarsi per paura di pensare. Ricordo anche di un’amica la quale un giorno mi disse: “Non posso averti come amico, non puoi pretendere la mia amicizia per il semplice fatto che sono troppo impegnata a vivere.” Se si fosse fermata, per lei sarebbe iniziata la fine . A questo punto mi consolo, per il semplice fatto di aver scelto una pena commisurata alla mia colpa. E auto-punendomi rimango me stesso, nel mio personale masochismo, nella mia ostinata sopravvivenza. Mi duole invece osservare chi si flagella in questo modo così turpe; provo persino un po’ di compassione. Non mi voglio addentrare ulteriormente, questo mio spazio è del tutto libero, qui posso dire le cose che voglio senza ovviamente offendere nessuno. Ma questo fatto del contrappasso mi ha spinto a buttare giù queste poche righe. Anche tu mamma, perché ti ostini a punirti di una pena contraria alla tua colpa? Che poi, colpa non è. E’ semplicemente il non voler accettare il fatto che pensare è un atto di coraggio, di accettazione. Se i pensieri sono grigi o ancor peggio neri, non sarà uccidendoti di vita che li scaccerai. Mia madre non ci sente. Da che pulpito viene la predica, vero? Ma evidentemente, era giusto distinguere, nella miriade di masochisti, autolesionisti e mascherati d’ordinanza, di che tipo di pena quotidiana essi vivono. Anzi, sopravvivono.

 
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