Quattordici e trenta

C’era una volta il treno delle quattordici e venti. Era quello del Venerdì. No, non è morto, ne hanno solo posticipato la partenza di dieci minuti. Ora è per tutti: “il quattordici e trenta”. Di speciale ha il fatto di essere il treno dell’ultimo ritorno, quello che anche d’inverno mi concede il lusso di guardare fuori dal finestrino e vedere un po’ di luce naturale. C’era tanto entusiasmo in quei primi rientri, tanta voglia di raccontare la settimana di lavoro, gli aneddoti da pendolare, le speranze. Il quattordici e venti del Venerdì, quando si faceva Marzo avanzato, era un vero e proprio fornitore di sogni. Mi piaceva cercare quelle strade, i percorsi che da lì a poco avrei rivisto da ciclista. Oggi il “quattordici e trenta” sembrava lo tirassero i buoi; ad un certo punto mi sono addormentato e al mio risveglio mi sono accorto che eravamo fermi in mezzo alla campagna. Altro che sogni, altro che cercare le stradine, altro che immaginare. Io ciondolavo a più non posso e nei momenti vigili, pensavo. Beh, le solite cose, quelle del Venerdì. Non più simpatici aneddoti, ma corsi e ricorsi lavorativi per niente piacevoli. Voglio smetterla di fare il pendolare, voglio che i treni escano dalla mia vita. Mi sto muovendo, lo sapete? Sto inoltrando domande di mobilità a frotte, tentativi di avvicinamento che mirano a riguadagnare un po’ di vita. Ora che nemmeno il “quattordici e trenta” riesce ad andare oltre la settimana lavorativa, credo di essere arrivato al capolinea. Irritabilità. Tanta, troppa come troppe sono ormai le volte in cui varco la porta di casa, testa bassa e muso duro. Lo stesso dicasi quando arrivo al lavoro. Non si può più vivere di rabbia. E nemmeno di finta o forzata tranquillità, quasi sempre pronta ad esplodere al primo impegno che salta, al primo giorno di ferie che si rivela improduttivo. L’ansia non mi lascia in pace. In questi mesi faccio molta fatica a mettere in ordine i pensieri, a preparare un piano di azione, a valutare tutto a compartimenti stagni. La luce del Venerdì a volte mi fa sembrare un lavoratore come gli altri, non un pendolare. Mi regala l’illusione di una normalità per certi versi desiderata, ben diversa da quella fatta di un niente imposto da qualcuno che se ne fotte se hai una vita oppure no. Per la cronaca, i buoi sono arrivati con venti minuti di ritardo.

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