Uno dei tanti

Ho un briciolo di paura a sentirmi un po’ meglio, perché solo quando si rientra nei ranghi e si riprende a camminare, cominci a pensare a quel che è stato. Mi chiedo principalmente se ho sbagliato a trattare alcune persone come ho fatto, se ancora una volta ho cercato a tutti i costi di testare la loro amicizia nel mio momento di bisogno. Tirandone conclusioni non proprio positive. Invece dovrei solo godere di questo attimo di pace, io e il mio letto, io e la mia posizione yoga con abat-jour annessa. Non sarei umano se non sentissi il desiderio di staccare la spina ad una settimana vorticosa, affrontata solo con la forza del cervello che isola il corpo dal mondo e dalla realtà quotidiana. Cosa è successo sul lavoro? Si, ricordo che ci sono state tantissime voci, annunci di cambiamenti (tutto cambia per non cambiare niente); ricordo che ho passato le mie trentasei ore (o buona parte) allo sportello. Ma io non ho un ufficio che appartiene al back-office? Ah, forse è stata solo emergenza. Si, emergenza. Cosa è successo fuori dal lavoro? Mi sovviene una ridda di pensieri che hanno accompagnato tutti i miei viaggi in treno ed il senso di sconforto ad ogni tentativo di isolarli, uno ad uno. Risultato: un senso di impotenza di fronte alla realtà schiacciante delle cose. Esistono cose e cose. Tutto ciò che può abbatterti al di fuori dell’ufficio dovrebbe avere un senso perché strettamente attinente alla vita. Ed il lavoro non è vita. Come la vita non è lavoro (nel mio caso avrei qualche dubbio). Le cose del lavoro sono in grado di demotivarti fino a farti gettare la spugna davanti ad un altro tipo di evidenza o realtà che dir si voglia: parlo del sistema acquisito e consolidato, solo teoricamente legittimato. Il confronto tra anime sensibili come quello di oggi mi ha portato alla conclusione che se hai la fragilità emotiva ad un livello esagerato, non c’è contesto che tu non riesca ad assorbire, si tratti di casa o di una squaliida stanza con qualche scrivania e vari computer.Suona come una condanna ma sommando tutte queste componenti (vita, lavoro, relazioni difficili) uno non può certo dire di essere felice. E nemmeno di volere a tutti costi la felicità se questa passa per la finzione e le maschere, come è noto. Quindi concludendo, lo stato delle cose è questo: tutto mio, unico e forse modificabile dietro uno sforzo disumano: diventare appunto “umano” nel significato più generalista possibile. Uno dei tanti, e poi vedi come tutto cambia. Forse?

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