Adattamenti naturali

E’ un mondo parallelo. Il mio mondo. Fino a prova contraria niente più di lui sa regalarmi spunti per iniziare a scrivere qualcosa. Ad esempio: questa mattina il mio treno è arrivato a Porta Nuova con un’abbondante ora di ritardo. Considerando che il tragitto stazione-lavoro comprende un tratto in metro ed uno a piedi, ho finito per bollare l’ingresso con ben un’ora e quarantacinque minuti avanti rispetto all’orario canonico. Cosa è successo nel frattempo? Come ho vissuto questo impatto? Guardandomi intorno, quasi sorridendo agli occhi alzati verso il cielo e alle bestemmie dei miei compagni di viaggio. Ed io? Provavo a capire come gestire il mio monte ore di permessi a disposizione, paventando la possibilità di passare qualche notte all’addiaccio nel momento in cui si esauriranno. Anzi, finirò per dormire in ufficio e ai posteri il dovere di modellare un busto in marmo da esibire orgogliosamente all’ingresso del palazzo. Il mio mondo. Toglietemelo. Privatemi del timore quotidiano di trovare la carrozza gelata o ancor peggio, la studentessa che racconta le evoluzioni mondane del fine settimana. Provate a darmi in cambio un lavoro talmente vicino a casa da non dover più fare calcoli sul tempo che mi rimane per radermi oppure per un bagno caldo. Tempo che potrebbe anche essere sfruttato per cogliere occasioni che credevo impossibili da vivere: un bel corso di fotografia, una serata infrasettimanale tra amici (?), una passeggiata in centro. Ecco, cosa mi garberebbe di più? Non avere più nulla da dire e cominciare a vivere oppure continuare imperterrito a scrivere le mie pippe mentali sulla non-vita? Sto scherzando. Non ho alcun dubbio su ciò che preferisco sebbene ad atterrirmi è l’idea (più che idea, una realtà di fatto) di non essere comunque in grado di godermi il nuovo status. Dico tutto questo alla luce di una remota possibilità che sembra stagliarsi all’orizzonte: parlo di un avvicinamento al mio luogo natio. Torna sempre la paura del cambiamento; riflettevo sul fatto che faccio le radici molto velocemente e non è facile estirparle senza un minimo di sofferenza. Odio questa mia riflessione, così infantile, piena di dubbi, rivelatrice (se ce ne fosse ancora il bisogno) di quello che è il mio karma: lamentarsi, cercare sperando di non trovare. Luoghi sicuri. Ma cosa sono? Frutto di una concezione della vita statica, asettica anziché in continua evoluzione. Mamma, papà, io, e tutto il resto. Niente è per sempre. Trasformarsi in ciò che non si è per adeguarsi al processo naturale. La conservazione della materia. Possibile tutto ciò?

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2 comments

  1. Beh, anche io ieri pomeriggio facevo i conti con il mio monte permessi. Da qualche settimana arrivo sempre in ritardo salvo recuperare facendo qualche ora in più un pomeriggio ogni tanto. Da fine settembre infatti la mia piccina ha iniziato l’inserimento alla scuola materna. Tutto nuovo per lei: compagni di asilo (tanti, forse troppi in una sola aula), maestre, struttura…tutto diverso e lei è resistente ai cambiamenti. Come tutti i bambini ama le abitudini, le cose consolidate, le danno sicurezza e non la posso certo biasimare. Così le alternative erano: accompagnarla io a scuola alle 8.30 e arrivare in ritardo al lavoro oppure lasciarla ad un servizio di pre scuola gestito da volontari. Ho preferito la prima soluzione per un paio di motivi: mi sembrava crudele lasciarla nelle mani di persone spesso diverse ogni mattina, mi sembrava di abbandonarla e volevo invece che prendesse confindenza con le nuove maestre; volevo far capire entrando tardi ogni mattina ai miei capi che la mia richiesta di mobilità per un comune molto più vicino a casa era dettata da vere esigenze e non era un capriccio.
    La tanto sudata mobilità…tra infiniti tira e molla sembra che me la concedano dall’anno nuovo…da un lato non vedo l’ora…non ne posso più di fare i conti con i permessi, i ritardi e i recuperi e spero che quella ora e mezzo risparmiata per strada ogni giorno possa rendermi una maggiore qualità della vita fuori dal lavoro. Piccole cose, ma fondamentali.
    Dall’altro lato però mi fa fatica dover ricominciare ancora una volta da capo: nuovi colleghi, nuovo ambiente, nuovo lavoro. Speravo che a 42 anni non dovessi più ricominciare da capo, non pensavo che il lavoro da impiegato comunale potesse regalarmi nuove possibilità di cambiamento…
    Diciamoci la verità: non si può fare i pendolari tutta la vita…non è vita!
    Se hai una anche lontana possibilità di avvicinarti a casa, cerca di sfruttarla, cerca di ottenerla… ne varrà sempre la pena…potresti finalmente trovare il tempo per fare qualcosa che ti piace (tipo il corso di fotografia, andare in palestra non il fine settimana…) o solo alzarti più tardi la mattina e non essere costretto ad andare a letto con le galline.
    A più di 40 anni si ricomincia da capo…ragazzi di bottega di nuovo? Non invecchieremo mai!
    Un abbraccio
    Simo

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    1. Ciao Simonetta,

      queste maledette radici non devono essere la causa di un’occasione mancata. Esatto ciò che dici: ad una certa età non credi mai di dover ricominciare da capo, rimetterti in discussione, ritrovare nuove dinamiche di relazione. E sul lavoro questo è comunque importante perché l’ambiente ( almeno per me ) è un elemento che può essere determinante. Non è vita, non posso pensare di continuare di questo passo, soprattutto alla luce della negazione totale delle possibilità e delle occasioni di svago. Sto portando avanti il discorso mobilità ma ce n’è un altro che per ora non voglio svelare. Di fatto seppur timidamente sto muovendomi nella direzione di ciò che è bene per me e questo è già rilevante. Un abbraccio e in bocca al lupo per la nuova avventura di cui avremo modo di parlare. Enzo

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