Cervelli in fuga

Stamattina ho fatto i conti con il “sei e trenta”. La stazione aveva un aspetto lugubre e desolante in piena sintonia con quello dei volti dei suoi abitanti. Espressioni rassegnate e consapevoli del proprio essere automi, macchine telecomandate destinate a diventare numeri nel breve termine di un viaggio a bordo della solita carrozza fredda e fetida. Alle cinque e trenta mi sono ritrovato nella posizione del ragno schiacciato, forse irrigidito dal freddo, senza alcuna voglia di accendere la stufa e fiondarmi in bagno. Certe mattine ho la massima percezione dell’inutilità del lavoro, dello spreco di tanto tempo che potrebbe essere debitamente riciclato per attività costruttive e gratificanti. Le mattine d’inverno mi stampano al muro come Will Coyote dopo il volo dal precipizio. La corsa verso il “sedici e trenta” è manna per i miei quadricipiti se non fosse che le mattine d’inverno hai poca voglia di far caso a cosa indossi. Il pendolare, a mio parere, deve mostrare massima attenzione sul tipo di calzature da indossare. Io oggi ne portavo un paio con suola liscia e piatta, quanto basta per complicare salite, discese, gimkane, corse. “Scusi, è libero?” Quando acchiappi il treno pochi minuti prima della partenza devi essere fortunato due volte: primo, trovare il posto. Secondo, non incappare nella bimbaminkia che ti guarda scazzata perché aveva appoggiato tutto il suo equipaggiamento sul sedile, invece di usare l’apposito ripiano. E sei hai doppia fortuna, puoi cominciare a riflettere. Oggi, come altre volte, non ho desiderato di trovarmi fisicamente in un altro posto (tipo una spiaggia giamaicana oppure cullato dal movimento gentile di qualche massaggiatrice di una spa); desideravo ardentemente che fosse il cervello ad abbandonarmi facendo scivolare giù la zavorra che mi rende umano e come tale, costretto a dover condividere situazioni a dir poco surreali. Poco importa dove l’ammasso di carne ed ossa si ritrovi a vivere, quel che importa è saper comandare il cervello lasciandolo libero di volare via all’occorrenza. Obiettivo: evitare di porsi domande e ricercare improbabili risposte. E poi gli occhi e le orecchie, via anche quelli: per non sentire e non vedere cose che non mi appartengono. Io penso che il dolore sia un fatto privato. Non ha rumore, il dolore. Forse solo quello sordo del silenzio che lo avvolge. Non ha parole il dolore, né belle né brutte; solo quelle non dette che restano sospese e arrivano a chi le sa percepire. E sul “sedici e trenta” pensavo di essere tremendamente fortunato a tornare nel mio piccolo mondo dove le emozioni restano private, sobrie, spogliate di ogni caricatura. Un mondo vero, di cui sono orgoglioso.

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