Verso casa

A consolarmi stamattina, lo sguardo afflitto dei miei compagni di viaggio stipati come me in prossimità delle porte d’uscita. “Questi devono andare a lavorare”,  le parole di comprensione del capotreno, mentre allarga le braccia. Bella consolazione, direte voi. Quel “mal comune mezzo gaudio” che quasi ti strappa un sorriso di auto-commiserazione, di fronte all’ennesimo ritardo e al monte permessi che scende vertiginosamente. Volti stanchi in modo innaturale, espressioni dimesse quando ancora il vero lavoro deve iniziare. Quanti lavori faccio e quale può essere considerato tale? Il dubbio mi affligge. E anche il treno è metafora della vita. Ritrovarsi a vivere una condizione pietosa e non poter fare altro per migliorarla se non inculcarsi la consapevolezza di non essere soli. Poco conta se non ci si può materialmente aiutare di fronte a ciò che è scritto ed imprevedibile. Ne trae giovamento il mio sistema nervoso, consumato dagli eroici tentativi di far quadrare un cerchio chiamato vita, e che vita non è. Non siamo tutti uguali ed in ognuno di quei volti stanchi non si nasconde la stessa sofferenza, lo stesso disagio; mi piace pensare che (molto in profondità) ognuno di noi avrebbe qualcosa da dire. Io lo faccio per necessità quando sarebbe meglio ed opportuno spegnere l’interruttore. E’ il lavoro a darmi da vivere e non parlo solo in termini economici. A volte (Dio mi fulmini) il lavoro è vita. Stasera per la prima volta ho visto le luci di Natale in Via Garibaldi. No, le luci di Natale no. L’atmosfera legata ad una situazione, un’emozione o un contesto come per alcuni è Natale, non dovrebbe per natura essere “preparata”. Chissà dove sta il senso di apparecchiare la tavola due mesi prima di poter banchettare. L’atmosfera è qualcosa di intimo e personale che prescinde dall’aspetto esteriore; temo di cadere nel retorico. In realtà l’arrivo delle feste mi mette ansia e tira fuori tutta la voglia di stare lontano dalla massa e dai comportamenti standardizzati. L’unico vero momento del giorno che riesce a regalarmi un senso di calore è quello in cui mi incammino a piedi verso la stazione. C’è qualcuno da raggiungere, da rivedere, un piccolo focolare domestico in cui ritrovare un minimo di umanità. Non ho tempo per calarmi in qualcosa che non sento. Sono fervido assertore delle emozioni private, dei sentimenti nascosti e chiusi a chiave in cassaforte. Chi vuole conoscere la combinazione mi deve amare e odiare come io faccio con me. Ma è già tempo di salire in treno abbandonando quella magia dei passi veloci tra la gente, mentre la mente corre a casa.

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