La terra dei numeri

Mentre percorro a piedi l’ultimo tratto di strada che porta al lavoro, lancio occhiate severe ai finestrini delle auto parcheggiate e ci vedo riflessa la sintesi dell’alienazione, lo sguardo perso dell’automa in marcia verso la terra dei numeri. E’ Venerdì e prendo atto di essere stanco e svogliato, la barba incolta; non aiuta la scelta della felpa di un marrone che s’intona al verde del colorito ed un paio di jeans scuri con scarpe scure. Sembro un uomo triste, spento, in perfetta armonia con la stagione. E oggi invece c’è il sole. Stranezze. Riesco a ridere nonostante l’ambiente di lavoro induca a fare altro, tipo piangere o abbandonarsi a cristi isteriche. Dimenticavo, talvolta spinge all’odio verso questo o quel collega. Sono un buono, non si era capito? Sarà l’aria dimessa ma speranzosa del Venerdì, fatto sta che qualcuno oggi lo avrei proprio mandato a quel paese e ho evitato. Risolverei il problema ma poi la convivenza forzata non mi aiuterebbe a sopportare. Ogni fine settimana è sempre più evidente il segno dello stress, non tanto sul corpo ma nella testa. Ora si che ho tutti gi alibi a favore, il weekend serve solo a riposare. Quali amicizie, quale vita notturna, nemmeno una pizza al volo. Vedo e sento troppa gente dieci ore al giorno per cinque giorni alla settimana, mi sarà concesso di isolarmi? “Tu fai qualcosa di disumano”. Quanta verità in poche parole, mai aggettivo fu più azzeccato. Disumano, senza alcun riferimento alla connotazione del lavoro, alla fatica fisica. Disumano in quanto innaturale, irrazionale, ammesso che esista una logica od uno stereotipo di vita normale. “Mi fa male leggere quello che scrivi, le goccette, le pastiglie”. Anche a me, non lo trovo giusto ma è ancor più disumano e mortificante lottare contro i mulini a vento; le aspettative, le assenze, il sogno di una vita senza schemi. Un altro Venerdì, un’altra settimana, l’unico desiderio chiamato vasca da bagno e stufa alogena. Sto lasciando tutto il possibile su questi fogli, l’utile ed il superfluo, il logico e l’assurdo senza schema alcuno, con l’unica speranza di trovare un po’ di respiro. Scrivo troppo, forse dovrei smettere di sentirlo come un impegno da portare a termine, un passaggio obbligato all’interno di un giorno che di suo nulla ha più di naturale, imprevedibile, sorprendente. Dico così, poi domani sarò di nuovo qui. L’abitudine nell’abitudine. Gesti meccanici. Sono un robot che riscopre l’anima, riflessa nei finestrini delle auto parcheggiate.

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