Amici utili

Un po’ di tempo fa venni accusato di essere un opportunista senza cuore in quanto sostenevo che gli amici devono essere, innanzitutto, utili. E lo facevo riferendomi a quelle nuove conoscenze che si affacciano sul tuo percorso di vita quando hai superato i quaranta. Se ti sei già cosparso il capo di cenere per non essere riuscito (non è solo non volerlo, si badi bene) a costruire una famiglia tutta tua, hai probabilmente cominciato a credere che la tua vita doveva andare così. In pratica, finisci per appartenere ad una almeno di tre categorie di uomini over quaranta: quelli che sono rimasti inevitabilmente soli e si godono la vita balzando da un letto all’altro, quelli rassegnati che fanno della saggezza la propria ragione di vita (solo parole pochi fatti) e gli inquieti. Io sto tra questi: bambini nell’animo, convinti delle proprie capacità, selettivi alla potenza ma profondamente cerebrali, perfezionisti, la cui musa ispiratrice è la ragione. Di fronte ad una sintomatologia di questo tipo la diagnosi è chiara: malato di inquietudine. E mentre qualcuno mi dava del “senza cuore” io stesso non mi rendevo conto di essere utile a qualcuno, il tappabuchi, la soluzione temporanea a problemi esistenziali. Ora che sono stato riposto nella scatola delle scartoffie, mi faccio forte della mia teoria e dico che ad un certo punto della propria esistenza non c’è posto per i sentimenti veri. Qualcuno dirà che se non do non ricevo. Io rispondo che ho dato, sempre, a mio modo e chi ama veramente quel “modo” lo deve capire, ci deve arrivare sennò involontariamente sta plasmando un mostro. Non è sempre colpa degli altri, ci mancherebbe. Voglio solo sostenere la mia posizione che non è la più giusta ma è frutto di un’ autoanalisi onesta. Dopo i quaranta la vita di molti non è altro che il frutto della compensazione di elementi quasi mai in nostro potere. Tutto o quasi abbiamo conosciuto, inutile imporsi di individuare vittime e carnefici. Tanto vale allora continuare a capire, dannarsi per cercare una risposta. Vale eccome se vale. Scendere alla stregua di quelli che hanno accettato passivamente il ruolo dei pupi alla mercé del caso, non fa per me. Il mostro che il mondo, io stesso o il caso hanno così abilmente generato, adesso punta a livelli superiori che trascendono le relazioni umane. Possiamo ancora abbassarci alla sofferenza del cuore? Dobbiamo per molto tempo ancora predisporci a possibili rotture? Oppure ci meritiamo di essere utili e pretendere utilità? La convenienza, l’esserci al momento giusto nel posto giusto, non sono aspetti di una personalità egocentrica ma solo l’inevitabile risultato di un calcolo di esperienze, gioie e dolori. Mi posso addossare un’altra colpa? Meglio inquieto che maoschista.

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