Due birre

Fino a quando fuggirò da me stesso e dalle mie paure, continuerò ad avere terrore del mondo e di chi prova a tirarmi fuori dall’isolamento. Questa la predica finale di un colloquio virtuale, uno dei tanti cui sono abituato. Forse continuo a sbagliare ad affidarmi alla rete ma non mi sento di mettere in croce i miei interlocutori; spesso dicono cose che condivido in pieno ed è la ragione per cui mi lascio trascinare nelle conversazioni. Quando riprendo contatto con il mondo però, quelle parole si sono già dissolte. Sono stanco di farmi tirare in causa, di ascoltare le solite affermazioni che , per quanto vere e crude, non riescono a penetrare le mie convinzioni. Io e il mio piccolo mondo. E allora perché farsi ancora del male? Gli amici servono a questo, quelli veri non ti diranno mai quello che vuoi sentirti dire , dunque? Dunque non chiedere, non cercare e non aspettarti parole di conforto. Io non voglio questo, diamine! Se qualcuno si limitasse a telefonarmi e a dirmi: “Ti vengo a prendere, stasera ci divertiamo, due birre e un po’ di risate” secondo voi io cosa farei? Direi di no, direi che non ho voglia e che mi basta il mio piccolo mondo? Direi che sono già pronto per uscire, poche chiacchiere e andiamo! Ieri a casa è nata una discussione per futili motivi: non si riusciva a trovare collocazione adeguata al piccolo albero di Natale. Ho assorbito il dialogo colorito tra mio padre e mia madre, lasciandoli liberi di sfogarsi. Per una volta non sono io la causa del male, mi sono detto, limitiamoci ad accettare una situazione pesante. Non lo vogliono vedere né capire, loro sono tornati un po’ bambini ed io bambino tra loro: tutto ciò ha del grottesco. Quando la diatriba è giunta a conclusione, mi sono lavato i denti e sono andato a letto. Il solito Mercoledì. Il programmatore non ama gli intoppi, ha bisogno di avere tutto sotto controllo ma si sa, è solo l’illusione dei pazzi. E così non erano ancora le nove e già mi immaginavo sotto la doccia a canticchiare, anzi no, a pensare che in fondo è un giorno in meno alle ferie. Il lavoro, quello che non mi dà da pensare, proiettandomi nella dimensione del mondo parallelo, accettato come vera vita in contrapposizione all’altro, fatto di sola sopravvivenza. E’ tutto in stallo, non posso credere che sarà sempre così. Sto realmente perdendo il mio tempo? Sto buttando all’aria le occasioni migliori? Oppure sto lottando più di quanto farebbero altri e conservo un equilibrio che altri avrebbero già perduto? Sono un santo oppure un cretino? Probabilmente entrambe le cose, ma l’unica cosa che vorrei in questo momento è un campo di grano d’estate con un albero al centro, un libro e addormentarmi al suono della natura. Poetico?

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