Impazienza

Bisogna essere capaci di togliere il disturbo al momento giusto. Soprattutto quando la propria presenza comincia a puzzare e l’odore che si diffonde sa di rancido come l’acqua stagnante. La sera dei giorni di vacanza non è più l’alibi dell’unico momento di vero riposo, quello in cui batto alla porta del tempo e chiedo mi venga restituito il maltolto. Non c’è Trenitalia che tenga od ufficio tanto maledetto da giustificare il desiderio di pace. E’ un’occasione forse sprecata per evadere, uscire di casa ed apprezzare il bello delle ferie. L’ultima notte dell’anno è stata una eccezione alla solitudine conclamata ed ha avuto il merito di infondermi il convincimento per cui, se solo accadesse più spesso, la mia visione del mondo sarebbe sensibilmente diversa. Quando mi ritrovo nella stanza ed il mouse passa da una pagina all’altra di Internet senza una ragione precisa, dopo un paio d’ore è importante togliere il disturbo. Ieri ho lasciato che la noia bussasse alla porta, come uno di quei venditori porta a porta che arrivano sempre nel momento sbagliato. Ho preso la via del letto e mi sono infilato sotto il piumone. “Non devo permettere al nemico di riguadagnare terreno. Andare a letto alle dieci di sera non è da vecchi, è da coscienziosi che conoscono i propri limiti”. Poi ho preso sonno. Il ritorno alla quotidianità si sta avvicinando a grandi passi, ma non può e non deve intimorirmi. E’ chiaro che non ho voglia di tornare a lavorare ma chi lo vorrebbe dopo giorni e giorni di riposo. Non mi fa certo paura la mia scrivania, nemmeno l’ambiente, nemmeno l’abitudine sarebbe in grado di colpirmi. Il timore è nella perdita delle consapevolezze maturate in questi giorni: emerge in modo evidente la mia impazienza, l’ardore di verificare le sensazioni maturate da poco: “In che misura, il mio stato di uomo libero ha influenzato l’umore?” D’altronde l’impulsività mi ha sempre fregato. Non ho ancora parlato di calma, e di quanto sia importante lasciare scorrere gli eventi senza per questo farsi trascinare dagli stessi. Appena torno in ufficio devo fare una copia più grande dell’aforisma di Seneca attaccato alla parete, dietro la mia scrivania. “Ducunt volentem fata,nolentem trahunt”. Accolgo il destino, senza lasciarmi trasportare. Devo scriverlo cento volte alla lavagna. E potrei citare altri esempi. Dunque sapere esserci o abbandonare il campo quando le condizioni consigliano l’una o l’altra decisione; ciò richiede lucidità, pazienza, calma, precisa conoscenza dei propri punti deboli e degli effetti collaterali. Sto già cominciando a correre troppo. Vi prego,afferratemi.

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4 comments

  1. Una parola afferrarti … corri “come il vento” 😉
    Il ritorno alla quotidianità è arrivato anche per me, evvabè … ci racconteremo poi com’è andata!
    un abbraccio
    Affy

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  2. Purtroppo a volte è vero. Anche sapersi riposare richiede tecnica ed io non sono bravo. Il lavoro assorbe tanto tempo e hai la sensazione di perderlo. Quando ti fermi però ti senti in dovere di usarlo al meglio e invece….Buona serata e grazie del tuo commento. 🙂

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