Ego a gogò

Una buona parte delle persone ignoranti possiede un ego smisurato. Ciò le rende tendenzialmente presuntuose e poco inclini a ricevere osservazioni o valutazioni che mirano ad evidenziarne limiti o mancanze caratteriali. Occorre precisare che, spesso, chi si premura di valutare od osservare non lo fa allo scopo di giudicare, ma di intavolare dialoghi e confronti. Ma chi è la persona ignorante? Non quella carente di cultura scolastica, questo è chiaro. Io penso a quei soggetti lontani dall’attività di analisi interiore, estranei al percorso di conoscenza di se stessi, volto ad affrontare meglio gli altri. Non possiamo essere tutti uguali e magari mi sto lasciando andare ad un giudizio troppo rigoroso. Avevo però voglia di esprimere il mio pensiero, alla luce dell’ennesimo scontro che non ha prodotto alcun risultato se non rabbia e consapevolezza. E’ un desiderio quotidiano, quotidianamente frustrato dal silenzio. Devo parlare, devo sfogare, provate a mettervi nei panni di una persona completamente sola. Il dialogo con la propria famiglia è importante, ma, perdonatemi, un po’ riduttivo e poco obiettivo. Si fa un bel dire predicando l’apertura e incitando a lavorare su se stessi per dare agli altri la propria immagine migliore; io però sono giunto ad una nuova conclusione, una delle tante alle quali gli altri mi conducono giornalmente. Ho lavorato tanto (e Dio solo sa quanto e per quanto tempo) per ricostruire un’immagine di me il più possibile degna della mia stessa stima. Il treno è arrivato in sensibile ritardo per cui, giunto a completamento del percorso mi sono ritrovato fuori luogo, fuori età e poi, fuori di testa. Io desidero migliorare e so di non riuscirvi prescindendo dall’incontro, dal confronto, dalla condivisione. L’apertura però è solo teorica. La realtà parla una lingua diversa dalla mia, facciamo fatica ad intenderci perché quella capacità introspettiva non è da tutti. Allora sbaglio a considerare ignoranti quelli che non sanno leggersi. Sbaglio pure a considerare tali anche quelli che, non volendosi cimentare in attività tortuose e faticose, scelgono di saltare il passo della conoscenza. Mi spiace essere giunto a queste valutazioni, ma non posso fare altro che constatare la frustrazione delle porte chiuse in faccia. L’idea di dover cambiare “in funzione di” mi provoca la nausea, giacché non si tratta di un comune compromesso, della smussatura degli angoli, ma di un totale asservimento all’altro. Ovvero, buttare nel cesso ciò che si è, per ottenere uno straccio di presenza. Vi pare giusto? Non è forse meglio la solitudine ed il sapere di non avere possibilità, piuttosto che sapere e non potere? Oggi ho imparato un’altra lezione. Sul fatto di metterla in pratica, ho qualche dubbio.

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