Fuori dal gruppo

Partiamo dal presupposto che ho un innato spirito critico e analitico. E non è tutto questo pregio. Aggiungiamo il fatto che dopo i quaranta si diventa (forse) più selettivi, cinici, acidi, intolleranti. Consideriamo pure la mia idiosincrasia alle relazioni. Sono allergico al rapporto a due, secondo voi potrei mai far parte di un gruppo? Da qualche tempo sto manifestando insofferenza all’ufficio sotto il profilo dei rapporti interpersonali. La voce che gira è che io sono uno di quelli che crea armonia nell’ambiente, ovunque mi si metta. Beh, vorrei vedere, con tutti gli sforzi che faccio per quieto vivere e farmi apparire tutti simpatici. Quale umanità potrà mai esistere tra colleghi, direte voi. Esatto, è una fregnaccia. E’ noto che l’ufficio ci vuole presenti otto ore al giorno; è il luogo dell’ipocrisia per eccellenza, un campo di battaglia dove vince chi usa meglio l’arma della falsità. Quando si formano i gruppi io d’istinto, mi tiro indietro. E i gruppi stanno crescendo a discapito delle individualità; questo è un male soprattutto se, come me, sei abituato a valutare qualcuno isolandolo dal contesto. Sappiamo bene che il branco trasforma i singoli. Il risultato è la mia totale apatia, il senso di disagio, e anche un po’ di schifo. Tutto ciò si inserisce perfettamente in quel processo di normalizzazione di cui mi sento protagonista e che fa di me una persona in grado di essere al di sopra delle parti, fregandosene completamente del giudizio altrui. In altre parole: io mi formo un’idea di ogni persona che mi circonda nell’arco di non più di qualche ora; se positiva, attendo solo di capire quanto quella persona riesca a farsi condizionare dal contesto. Se mantiene la sua individualità, bene, altrimenti la butto nel calderone con gli altri. Nei grandi ambienti, dove comunque coabitano personalità molto differenti, rimanere se stessi è impossibile. Si finge, io pure fingo. Mai e poi mai però, riuscirei a simulare più del normale mettendomi a disposizione del gruppo, solo per non essere ghettizzato. Viva viva l’asocialità in questo senso. L’ambiente di lavoro non deve mai essere utilizzato come metro di valutazione della propria propensione alla socialità, ne sono consapevole. Ma la mia tendenza a stare fuori da certi capannelli ipocriti è lo specchio della difficoltà a sentirmi parte di un tutto, la cui condizione principe di sopravvivenza è il compromesso. Non è un discorso di accettazione dell’altro ( con pregi e difetti ), semplicemente il pregiudizio di “vedere” il marcio dove, quasi sempre, c’è. E allora molta ancora è la strada da fare sul percorso della conoscenza. Certo, l’ufficio non aiuta ed il niente assoluto al di fuori di esso, ancora meno.

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