Il braccio virtuale

La passione muove il mondo; io (che lo voglia o no) ne faccio parte, dunque muove anche me. Mi piace immaginarla come quel braccio virtuale che si allunga e cerca il mio, mentre sono a terra. Una volta in piedi, mi spinge verso qualcosa che è solo materiale, un piacere forse effimero, ma pur sempre un piacere. Pensate alla costanza con cui frequento la palestra, lavoro sui pesi, corro; pensate all’emozione di bimbo che mi pervade quando penso ai prossimi mesi, macchina fotografica in mano o bicicletta sotto il sedere. Voluttà. Passioni che sono slegate dal cuore e forse per questo motivo garantiscono una serenità emotiva più duratura. Può concepirsi un tale attaccamento ad un hobby e alle sensazioni ad esso collegate, lasciando da parte il cuore? Secondo me, si. Il cervello regola sempre i nostri slanci in modo da concentrarli entro spazi possibili, sicuri, lontani da pericoli; il cervello non tradisce, ma il cuore si. Non è colpa sua, è solo bizzoso, inaffidabile, come i gesti che provoca, le parole che detta, i compromessi che impone. Il cervello non si ammala, se non del troppo pensare al nostro bene. Che possiamo volere di più? Ritorna prepotentemente di moda la mia campagna contro il sentimento per eccellenza, quello a tutti conosciuto come amore ma a me del tutto estraneo. Non dite che sono capace di amare e che se me la prendo tanto per la fine di certe amicizie, è perché un cuore ce l’ho e pure grande. Può darsi tutto questo: pensate a quando mi tornano in mente certi volti, le parole, le promesse; se non avessi un cuore le avrei cancellate e cestinate con un clic. A cosa mi serve il cuore? A mettermi nella condizione (per nulla piacevole), di tornare indietro nel tempo, riguardando le strenue lotte per mantenere vivo qualcosa, i miei tentativi infantili di fermare un abbandono. E’ un cuore che va a ritroso e non guarda avanti, non è difficile capirlo. Ma è primario e prioritario ricostruire Enzo, senza usare argilla o sabbia, ma cemento armato. Forse allora si potrà guardare verso il mondo dell’opinabile, del rischio, dell’emozione gratuita, del dare senza (per forza) avere. La sensazione è buona, ma la verità è che sono ancora molto lontano da quel tipo di obiettivo. Lavoro su di me e forse qualcuno si sta accorgendo dei piccoli passi compiuti da qualche tempo a questa parte. Non corro, non voglio farlo come la vita di tutti i giorni già mi costringe a fare; la fretta è cattiva consigliera. Inutile ribadire un concetto fondamentale: il rinforzo esterno, lo stimolo devono arrivare in breve tempo. E allora niente di meglio che afferrare quel braccio sincero, affidabile, fedele, garante di una felicità materiale, ma necessaria.

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