Perfetta anomalia

E’ noto che non sono un maestro dei sentimenti; per fortuna non è un peccato mortale e riesco a sopravvivere. Nella vita però mi è capitato di esserne destinatario, fosse affetto o amore. Ed io che non sono mai stato avvezzo alle smancerie, ho sempre cercato di dimostrare quello che provavo con gesti efficaci, scelte che a volte imponevano sacrifici, un naturale modo di fare produttivo. Non sono rimasto indenne alle critiche di eccessiva sobrietà, ma ho sempre vissuto la relazione con trasporto. Ecco, il trasporto. Ragioniamoci su: il mio lato passionale è spesso a riposo ma sa bene figurare quando c’è la necessaria composizione degli elementi atti a farlo lavorare. Trasporto verso qualcuno è istinto e cuore, giusto? Cuore. Ragioniamoci ancora: cuore è inaffidabilità, fedeltà imposta da un sistema chiamato rapporto, parole spesso a vanvera, a volte sentite ma ad effetto limitato nel tempo. Se vi dico che ieri mi è stato detto “Ti voglio bene”, ci credete? So attirare su di me buoni sentimenti, bello vero? Se aggiungo che subito dopo è stato aggiunto: “Sono una merda, lo so, ma è venuto naturale sparire. Comunque sento di volerti bene lo stesso ma non posso darti l’amicizia che chiedi”. Chissà mai cosa pretendo e se ad essere destinatari di questi tipi di affetto ci si guadagna. Provo una sana invidia per quelli che hanno successo, magari di plastica come quello che regna sui social network, ma pur sempre successo. Io sono un tipo difficile da voler bene, di quelli a cui forse non ci si pentirebbe mai di aver dato qualcosa, ma alla sostanza perdo. La sconfitta è scontata in un contesto di apparenze e di comportamenti standardizzati che ghettizzano l’anomalia. Mi sento una perfetta disfunzione all’interno di un sistema perfettamente collaudato per essere uniforme e monocolore. Non è colpa mia se sto somatizzando questo stato di alienazione con dolori allo stomaco. Le dinamiche umane mi interessano più del desiderio di viverle. Voglio capire e lo pretendo ma a volte, credetemi, è un’impresa disumana, faticosa quanto scalare una montagna. Si vede e si sente che sono di un altro pianeta. Come tanti mi faccio seghe mentali, come molti di voi avverto disagi esistenziali e so di essere in buona compagnia. Io non posso avere il lusso di certe amicizie. Forse devo accettare il: “Non posso darti quello che vuoi” oppure “E’ vero, sono una merda”. Preferirei però non trovarmi nella condizione di dover sentirmi dire “Ti voglio bene”. Non sono un maestro dei sentimenti, ne sono a volte destinatario, ma a che serve? Allora statemi alla larga e bandite le belle parole con me. Fatti, non parole.

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4 comments

    1. Ah! Il peso delle parole è variabile a seconda del contesto e della sensibilità del destinatario. Nel mio caso le due cose creano una condizione difficile da gestire . Un saluto!

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      1. Anch’io ho riflettuto su simili risposte. Ma se la persona stessa si definisce “una merda” che senso ha perderci tempo? Piuttosto disposta ad insultarsi che investire energia psitica in una relazione sociale. Viviamo davvero in una rilassatezza morale generale. Tutto sembra essere permesso…
        In buonafede,
        Ale_

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