Il predatore

L’esordio è stato questo: “Non ci sto capendo un cazzo ma sto bene.” Tra i commenti segnalo :“L’assoluta comprensione delle cose spesso uccide il piacere. Quindi pensa solo a godertela che va benissimo così.” Due affermazioni sacrosante che dovrebbero chiudere definitivamente il discorso se non fosse così fisiologico per il sottoscritto, chiedersi perché. Sempre. Naturale come fare la pipì. Non posso confutare la tesi secondo la quale lo stato di benessere a volte prescinde da precise ragioni. E’ probabile che sia sempre la paura a fregarmi. Quando sto bene il timore si dissolve: le persone tornano ad essere semplici esseri umani imperfetti, le situazioni normali rappresentazioni della casualità che domina il mondo. Mi frega il terrore di stare bene. Chi come me è atterrito dalla propria stessa ombra non può evitare di essere (sempre) timorato di qualcosa. Non voglio tirare acqua al mio mulino ma, se è vero che in questo modo non vivo, altrettanto papale è che la paura tiene vivi. Intanto, scusate, la felicità è un attimo. Sono bravo a ricercare alibi alla mia incapacità di vivere la vita, ma voi avete mai provato a chiedere ad un predatore di restare a digiuno? Di rinunciare alla sua quotidiana ricerca di carne e alla soddisfazione che ne deriva? Le persone riflessive si credono salvatori dell’umanità, incaricati da chissà quale misterioso Dio di ricercare il senso ad ogni cosa. Nasce da dentro. La serenità, l’apparente mancanza di pensieri o problematiche esistenziali suonano strane. Ah, se solo qualcuno si riconoscesse in queste parole. Questi fogli hanno un grande limite: attestano situazioni di fatto, si allargano al contesto del tempo in cui si riempiono. Manca il passato, mancano gli eventi decisivi, quelli che mi hanno indotto ad aprire il blog. Enzo qui è quello che leggete, vero e autentico. Enzo aveva i capelli, ora non li ha più; sapeva lasciar agire l’istinto, ora non più. Enzo sente il bisogno di essere sereno e al tempo stesso impedisce a se stesso di raggiungere l’obiettivo, domandandosi perché. E’ un vero peccato non poter dimostrare che la serenità la sento, la tocco, la vivo. A mio modo. In questa fase le parole non mi aiutano, contano solo le assenze da certi luoghi, i silenzi che prendono il posto delle urla di aiuto, la musica in cuffia mentre guardo fuori dal finestrino. Non ci sto capendo un cazzo, ma sto bene e desidero solo scoprire dove posso arrivare e cosa mi riserverà questo lavoro, tutto il cambiamento che sento. E se mi assentassi per un po’? Talvolta il silenzio fa un gran bel rumore. Il rumore della felicità.

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