Prima di scendere

Porsi questioni esistenziali mentre sei in attesa che le porte si aprano. La corsa ai posti privilegiati inizia quando il treno comincia a muoversi da Lingotto; la prima carrozza è luogo ambito e strategicamente perfetto se si vuole risparmiare qualche centesimo di secondo. Oggi ho perso il tempo e mi sono ritrovato chiuso nel bel mezzo di un gruppone in attesa del marciapiede giusto: porta a destra o porta a sinistra? E in quel mentre che gli altri ragionavano su come buttarsi giù dal treno, io mi ponevo una drammatica domanda: ho sbagliato tutto? Se e quando mi ritroverò solo ( più di adesso ) dovrò caricare sulle spalle il peso dei rimorsi e dei rimpianti? Oppure sono un mito e ho fatto molto di più di quanto fosse nelle mie possibilità? Sono stato un uomo normale? Esiste uno standard di uomo giusto? “Questo macchinista è un pazzo”: così mi pareva di leggere negli occhi del gruppone di destra e in quello di sinistra poco dopo che la “dolce” frenata ci trasformasse in una massa uniforme. E via, giù in picchiata verso la metro. Nessuna traccia delle questioni di vita di qualche momento prima, solo la voglia di raggiungere l’ufficio. No, non avevo così voglia di lavorare. Ma trovo che sia più umano smettere i panni del pendolare e assumere quelli dell’impiegato; lo trovo più razionale no? Del resto la stessa pena che provo verso certi volti sfatti e pallidi, gli altri la avvertono nei miei confronti. Ci capiamo, siamo la massa uniforme che si muove nel grigio di una carrozza anonima. Le mie questioni esistenziali fanno ridere e lasciano al tempo stesso un po’ di amaro in bocca. Sono quasi sopportabile anche nelle mie digressioni perché, appena mi accorgo di varcare la porta dei pensieri foschi e malinconici, tiro indietro la gamba e faccio come se nulla fosse. La cosa non mi frustra e l’ho sperimentato anche con chi, ai tempi, era un mio confidente ed ora mi accetta solo a condizione che il peso dei discorsi rimanga quello di una piuma. E’ sbagliato, pensandoci bene. Gli amici devono saperti ascoltare, altrimenti rimangono solo persone come tante; non ho più alcuna esigenza in merito e ho imparato ad ascoltarmi perfettamente. Il miglior confidente di me stesso. Siamo in due, o forse in tre magari cento. Non so quante persone nascondo dentro questa mia corazza, ma sono certo di essere amico, confidente e compagno di giochi. Magari un po’ cervellotici ma pur sempre giochi che rendono liberi.

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4 comments

    1. Cara Marta ( o Marta&Mara? ), in due si sta ancora abbastanza larghi ed è difficile pestarsi i piedi. Da me c’è un vero affollamento, e la lotta per accaparrarsi il ruolo principale è ancora aperta 🙂 Un abbraccio. Enzo ( o Enzo e gli altri )

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