Fuori programma

Sarà il tempo uggioso e già fuori programma rispetto alla primavera astronomica ma mi sento malinconico e più riflessivo del solito. Con una tendenza persino al romantico. Sapete bene che l’incipit ad ogni mio articolo nasce dalle situazioni più assurde, seppur sempre stimolato da un contesto generale che istiga la riflessione. Quindi non riderete se vi dico che il contenuto di questo post ha origine sull’asse da stiro. Spesso mi ritrovo a fare valutazioni completamente opposte a quelle di cui magari ho espresso una teoria anche solo la sera precedente. O addirittura mesi addietro. Stamattina pensavo che essere felici prescindendo dall’altro non è possibile; quindi esattamente il contrario di ciò che sostengo da tempo immemore. Mi basta guardare foto di persone sorridenti in compagnia di altre, all’interno di contesti di festa e subito, parte l’invidia. Eppure non dimentico di compensare ricordando che molti, moltissimi vivono la mia stessa solitudine. In realtà la mia serenità non dipende dal “mal comune mezzo gaudio”, non sia mai; lo stato di cose è frutto di un corposo lavoro interiore che mi ha condotto ad accettare (senza rassegnarmi) il mio essere solo e solitario. Questo non significa che sia impermeabile alle sensazioni e ai desideri, primo tra tutti quello di condividere momenti felici con altre persone. Quando mai sorriderò se la mia idea di serenità prevede il godimento dei piaceri in solitudine? Quanto ci guadagno a fregiarmi del merito di avere raggiunto la felicità solo grazie al mio lavoro interiore? Quel che conta è cosa sento dentro, e ciò che frulla laggiù è un misto di voglio non voglio, insicurezza, desideri repressi. Sono stato forse sfortunato (le sfighe sono altre, ben inteso) ad incontrare gente completamente diversa dal mio modo di essere, persone che pur nella loro diversità, ho fatto fatica a sentire mie. Si dirà che sono un difficile, tignoso e presuntuoso. Oggi queste mie sfaccettature stanno diventando un alibi divertente a cui ricorro per giustificare la mia condizione di emarginato; quando però il tempo rallenta i ritmi e la pioggia invoglia a capire, tutto sembra crollarmi addosso come un castello di carte. Accettare l’imperfezione, mia e degli altri al momento non mi sta portando ai risultati che credevo di ottenere: intendo il fatto di piacere di più, di essere più malleabile, accettabile. Perdonate la paturnia domenicale, vigliaccamente ho attribuito la colpa alla primavera vestita di Novembre. Forse, il solo colpevole è il cuore ed io non sono mai disposto a perdonarlo.

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3 comments

    1. Si Affy, l’aspetto con ansia! Sono in mia compagnia, per molto tempo l’ho considerata la migliore possibile; ora sto provando a sbugiardarmi! Un abbraccio cara e buona settimana! 😉

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