Come un gioco

Ci sarà una ragione se la mia interazione con il mondo virtuale è completamente cambiata o se ad un certo punto, mi accorgo di non aver più bisogno di comunicare qualcosa di intimo e personale attraverso il mezzo meno adatto allo scopo. E se certe piazze hanno smesso di essere teatro di umori, malesseri e richieste d’aiuto. Si potrebbero ipotizzare alcune motivazioni: il mio umore si è definitivamente assestato sullo stabile (tendente al sereno); oppure ho trovato persone in carne ed ossa in grado di reggermi e sorreggermi nei periodi no. Altra possibile ipotesi: ho clamorosamente realizzato che la vita è tutto meno che prendere un gioco sul serio oppure condividere le proprie esperienze allo scopo di ottenere conferme e visibilità. L’ultima che ho detto, vero? Inoltre, sebbene mentre rendo note queste riflessioni di fatto io sto contraddicendo me stesso (interagisco in modo virtuale), sono sempre più convinto di non generare più alcuna empatia attraverso lo scritto. Non mi interessa più di tanto cogliere l’interesse di qualche lettore, ma faccio fatica a sentire la spinta verso la scrittura e a metterci dentro me stesso. Non c’è alienazione interiore, nemmeno un sentore di freddezza od indifferenza verso il mondo da rendermi del tutto privo di impulsi. Più semplicemente non mi sento più a mio agio qui. Mentirei se dicessi che avverto una scarsa interazione e un po’ di ritrosia a leggere pensieri intimi di una persona del tutto sconosciuta. D’altronde è stata una mia scelta di aprire un diario privato; se avessi ambito a successi “sintetici”, avrei dovuto dedicarmi ad argomenti più frivoli. Quando però anche il confronto si riduce ad un “mi piace”, potrebbe essere ora di lasciare perdere; e quale migliore occasione se non il momento di vera serenità che sembra pervadere il mio cervello. Uscirei a testa alta, avrei raggiunto l’obiettivo e chiuderei bottega godendomi i frutti del lavoro di questi cinque anni. Se tengo in vita questo diario è solo perché penso nella vita, si debba continuare a conoscersi; scandagliando dentro se stessi si fanno incontri inaspettati, scoperte di portata vitale. La sorpresa potrebbe essere dietro l’angolo. Temo esista una ragione importante che mi porta qui, sempre e comunque: la paura di realizzare di essere arrivato. Chissenefrega di pubblicare qualcosa quotidianamente, prendiamo tutto come un gioco: la vita stessa lo è, perché mai non dovrebbe esserlo uno stupido diario. Non so cosa mi abbia spinto, stasera, a parlare così. Forse la boria di chi sa di essere oltre le righe, capace di sentire i movimenti impercettibili dell’anima, mentre gli altri vivono della normalità. Oppure, il fatto stesso di avere scoperto di essere pure io, un uomo come tanti.

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