Dipinto ad olio

Finire una settimana snervante e ai limiti del delirio con un appuntamento dal dentista non è proprio un bel concludere. In perfetta armonia con il masochismo e l’infinita pazienza che mi contraddistinguono, ho scelto di farmi curare a circa tredici chilometri da casa. Poi giustamente qualcuno dirà : “E allora di cosa ti lamenti?!”. E avrebbe ragione. L’impegno è doppio, forse triplo: treno e metro per giungere al lavoro, metro e treno per tornare a casa, nel mezzo sei ore di lavoro e poi? Venti minuti di auto, il lettino del boia e di nuovo auto. Il pendolarismo è ormai una deformazione professionale. Non è il Venerdì a rendermi la cosa più tollerabile, anzi; dal momento in cui suona la campanella del fine servizio non vorresti altro che arrivare a casa e fiondarti nella vasca da bagno. E invece no. Se dicessi però che sono stato quasi felice di questa appendice? Il tragitto che mi porta allo studio dentistico è un bel viaggiare in mezzo a campagne e cascinali, campi di colza, un contrasto di colori vividi sotto un sole che ritempra. E visto che una volta tanto non ero in ritardo sulla tabella di marcia, me la sono presa comoda, e ho viaggiato lentamente, lasciando che il sole mi restituisse con i suoi raggi una sorta di abbraccio virtuale che sognavo da Lunedì. Pensavo che questi (quasi) trenta chilometri rappresentano la conclusione più autentica di una settimana impossibile e irreale. Venti minuti di silenzio e di pace. Me li meritavo oppure no? E mi convinco di più che questa è la più bella stagione dell’anno e non riesco a mettermi nei panni di quelli che amano l’inverno e trovano romantica la nebbia. Niente più della natura che sboccia e si risveglia dal letargo è capace di infondermi tanto calore e tanta calma dentro. Per poco non capitava che mi addormentassi sul lettino. Pensate un po’ al potere del sole e dei colori. La settimana è finita e questo dipinto ad olio dalle tinte forti è uno schiaffo deciso e sincero in faccia al mondo grigio e falso che rende le nostre vite noiose come le repliche estive di vecchi telefilm. Ora che finalmente indosso maglietta e pantaloni del pigiama e lascio andare un po’ di leggerezza su questi fogli, tutto mi pare così assurdo e stupido. Non posso evitare di ricordarmi che tocca a me scegliere e decidere chi vincerà l’eterna battaglia. Lui ovvero il tempo, l’abitudine, il lavoro succhia-anima oppure io, solo nel mio guscio alla ricerca di verità che restituiscano un po’ di giustizia? Non ci saranno vincitori fino a quando sarò ancora prigioniero delle mie paure. C’è ancora molto da fare.

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