Fiori di campo

Ormai mi accontento di osservare il lento crescere delle piantine di mais e la bella composizione di colori dei campi di papaveri. Ho assolutamente bisogno di afferrare immagini ed immagazzinare sensazioni che regalino positività e naturalezza, sincerità e calore. Non è facile annullare le cariche negative di una giornata in ufficio, quell’invasione mai autorizzata nelle tue convinzioni radicate e la spocchia inaccettabile delle persone ignoranti. Voglio cibarmi di natura, di cieli come oggi, sbatterli in faccia a chi ancora crede di poter avere un ruolo nella vita, aggrappandosi alla frustrazione da scaricare su chi capita. Guardo le piantine che crescono e chiedo ad un’amica se è normale che ad inizio Maggio ci siano già. Osservarle e rubare dieci minuti all’inferno che mi circonda, parlandone con chi capisce, è come respirare un alito di vita. Sono più che sincero se dico che la situazione non è più sostenibile; fino a quando avrò il conforto di persone che reputo specialissime, troverò sempre il modo di resistere. “Non prendere decisioni affrettate per un colpo di testa o per qualcuno che si è permesso di toccarti sul vivo”. Ascolto. Non sarà mai una decisione non ponderata ma assolutamente studiata; forse al solo scopo di stare lontano dal posto e non la migliore per me, ma va presa, Dio mio. I fiori di campo sono bellissimi. Da tempo agognavo un Maggio così vero, intriso di colori forti e di campagne che quasi ti sorridono; non riesco a dormire, non ciondolo più. La stanchezza non prende il sopravvento tanta e ancora forte la tensione. Ho imparato a dire ciò che penso e sento che non mi torna più il groppo in gola che significa: “Ma cosa hai fatto?”. Solo ciò che è giusto, perché la voglia di liberarmi del marcio intorno è da sempre la mia battaglia, quasi una ragione di vita. Chi dice che è solo lavoro non capisce nulla. Lo è, nella misura in cui esso non diventa la ragione di un male psicologico e fisico. Causa od effetto, chissà. La donna accanto a me non la smette di bearsi e parlare delle sue prodezze da impiegata, di quanto guadagna e del vino buono che ha bevuto domenica. Qualcosa non torna, non voglio star male; le mie buone intenzioni sono frustrate sul nascere, appena aperta quella maledetta porta. Scendo dal treno. Apro il cestino e butto via un’altra giornata.

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