Alla deriva

Avessi un figlio, l’ultima cosa che gli augurerei sarebbe di trovare un lavoro alienante. Che scoperta eh? Quale genitore desidera il male per i propri pargoli ? Mia madre, ad esempio, non mi ha mai visto come la freccia scagliata dal suo arco e questo con il tempo, complici le mie insicurezze e paure, si è rivelato un boomerang. Tuttora porto il bernoccolo. Ma come condannare lei che forse aveva visto bene ed il cui sogno di vedere un figlio laureato non era tanto lontano dalla realtà; io, artefice del mio destino ad un certo punto arrivo a ragionare come quello che deve accettare ciò che viene. Riporre le ambizioni nel cassetto (ne avevo?) e fare di necessità virtù. Poi arriva il lavoro che non piace. Nel quale devi anche riconoscere un segno di costanza e fortuna; un mix di coincidenze che farà di te un uomo nuovo. Macché. Un lavoro che non piace è innanzitutto un elemento di alienazione: da se stessi, dalle proprie ambizioni e poi dal mondo. Perché il meccanismo infernale non si ferma al quotidiano deludente e alla lamentela che diventa cronica; prosegue infatti nella perdita graduale di credibilità del proprio io. Non si dovrebbe permettere al mondo “lavoro” di invadere la sfera privata. Comodo e facile a dirsi. E supponiamo di essere bravi a tenere separate le cose. Aggiungiamo una già latente tendenza all’isolamento. Cosa otteniamo? Quei bei tempi in cui andava di moda : “ Mamma, quando troverò lavoro, non mi riconoscerai e finalmente avrò risolto i miei problemi psicologici in un attimo”. Bei tempi quelli in cu si credeva ancora che la materia potesse sconfiggere tutti i mali, persino i più profondi. A mio figlio augurerei il meglio ma non sopporterei di vederlo soffrire solo perché ha un’anima. Chi ce l’ha non sa distinguere le cose, va al lavoro e regala il meglio di sé anche quando non merita tanto sforzo. Come si può riuscire a fare bene qualcosa che non ami? Come si spiega che riesco ad essere un integerrimo lavoratore pur odiando tutto ciò che faccio? La sopravvivenza? Il denaro? L’assenza di alternative? Tutto questo. Vorrei augurarmi di trovare un’isola felice dove sentirmi premiato dei miei sforzi e delle mie lacrime trattenute. Vorrei. Non perdiamo il contatto con noi stessi e non permettiamo ad altri di farlo. La vita spesso ci porta alla deriva dal nostro Io e ritrovare la rotta è difficile.

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