Guardare. E non toccare.

Sarà colpa del caldo ma non esiste più un briciolo di programmazione in quel che faccio. Sono nella fase in cui l’unico obiettivo resta l’ultimo giorno del mese ovvero, l’inizio di due settimane di riposo. Nel frattempo al lavoro accade di tutto e di più: io mi offro volontario (?) per trascorrere un’intera giornata allo sportello. E poi, non contento, riesco a gestire ottimamente tutte le rogne del back-office. Io ovunque, io al massimo dell’efficienza proprio nelle giornate più calde, quelle che tutto ti spronano a fare, fuorché lavorare. In tutto questo riconosco la mia stranezza od il voler cercare le forze dove quasi nessuno le troverebbe. Sarà così per altri tredici giorni lavorativi. Nel frattempo l’estate va, ed io come sempre a guardarla passare senza poterla toccare. Sono uno spettatore, osservatore e poi narratore di quel che non accade. Se dovessi riprodurre ciò che vedo, questi fogli prenderebbero colore, mostrando un aspetto rilassato come quello di un viso abbronzato. Invece lascio che mantengano lo stesso incarnato grigio delle fredde giornate invernali. Colpa della mia ostinazione a raccontarmi partendo da dentro. Ho forse capito la ragione per cui non sono capace a descrivere il mondo esterno; ne sono invidioso. Se lo facessi innescherei un processo autodistruttivo a base di invidia, confronto e rimpianti. L’estate va. Io mi accontento di coglierne i tratti durante i miei percorsi stazione-lavoro. I bar all’aperto, le passeggiate lente degli studenti ormai in vacanza, i mezzi pubblici finalmente in orario. Io guardo e non vivo. Anzi, no. La mia vita è il lavoro, i viaggi e l’estate mi concede il lusso di osservare con più attenzione senza dover contrarre i muscoli e fissare lo sguardo a terra. Ho anch’io i miei privilegi. L’estate per alcuni è un lusso: io traggo quel che posso limitandomi a viverla nell’anima, provando a sfiorarla quando inforco la bici oppure scatto una foto dai forti contrasti di colore. I due mondi continuano la loro corsa parallela: io, impegnato a sopravvivere di orari, arrivi, partenze, utenti più o meno incazzati; l’altro, quello vero, a mostrare il suo aspetto più bello, fatto di leggerezza e sorrisi. Due binari paralleli. Appunto.

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