Di quei giorni

E’ stata una giornata di freddo pungente sul collo mentre un treno si fa attendere, di telefonate che provocano tensioni e scuse successive che innescano epiteti. E’ stata anche una giornata di pause pranzo con lo stomaco che si contrae mentre cameriere distratte affogano il vitello tonnato ed imbrattano i vestiti. Poi è stata una giornata di colloqui; di quelli che piacciono a me, le gambe accavallate e gli occhiali messi a riposo sulla scrivania. Le attese snervano, ti mordono da dentro, tirano la pelle del viso e cancellano le immagini di sole e mare che poi, era solo qualche giorno fa. Aspetti una decisione, la odi e ti rendi conto che sei un numero che fa troppo numero, chi se ne frega se vali. Ma la vita chiede ancora una prova, la nuova dimostrazione delle proprie fragilità mai guarite, del nulla che può essere un nuovo ufficio rispetto alla salute di un caro. Qui perdo la ragione e sento che mi abbandona sul più bello, quando devo rimettere in ordine i pensieri e dire: “Ma chissenefrega”. Si, appunto. Che m’importa se qualcosa cambia, se tutto cambia per non cambiare nulla. Ho solo occhi stanchi e stomaco stretto in una morsa. Cos’è la felicità, dove sta andando? Alzo la testa, cavoli. Io ho ancora qualcuno su cui contare. Io sono fortunato.

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