Un falso problema

Continuo a chiedermi il motivo di tanto odio verso il rapporto virtuale. E di altrettanto amore. E poi ancora odio; eccomi lì a detestare e a sputare nel piatto dove mangio. Sono io, forse. D’altronde, quei ciclici momenti di solitudine, li conosco bene. Oppure sono gli altri a sfuggire dai loro. Se fosse un “mal comune mezzo gaudio” a farci incontrare? Che tristezza sarebbe. A quel punto ci ritroviamo a cibarci di quella reciproca ipocrisia che è il bisogno momentaneo. E ci illudiamo di una sorpresa chiamata presenza, conoscenza. Continuo a detestarlo questo mondo a fronte di comparse, scomparse e riapparizioni. Perché continuo a pormi il problema? La risposta è semplice: non esiste linfa per mantenere in vita ciò che non nasce e non può certo prendere forma, alimentato da parole e promesse. Non è  un articolo che gioca a mio favore, questo. Non posso certificare di essere guarito dal male della dipendenza ma posso affermare di aborrire tutto quello che non passa attraverso la realtà di un incontro. Tutto il resto è noia. Io sono in volo e voglio restarci il più possibile. Passi anche questa caduta sull’ovvio. Non amo e non odio, semplicemente voglio “sentire” e “vivere”. E non accontentarmi.

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