Ultimo arrivato

Chi non è stato almeno una volta nella vita, un “ultimo arrivato”? Molti di noi vivono questa condizione in modo differente, a seconda del proprio carattere e della personalità. Io ad esempio, ho sempre manifestato molta insofferenza ad ogni ingresso in un nuovo ambiente lavorativo, unita ad una soggezione e timore reverenziale spesso frustranti. A distanza di cinque anni dall’inizio del mio ultimo lavoro, non nascondo di sentirmi ancora “ultimo arrivato”. Superato l’esasperato senso di rispetto verso anziani e capi vari, vivo tuttavia la stessa sensazione di inesperienza dell’impiegato novizio. La ragione è semplice: penso di avere sempre qualcosa da imparare e su cui riflettere. Ogni volta che si presenta “l’ultimo arrivato” provo molta curiosità e, stupidamente, mi aspetto lo stesso rispetto. Invece sempre più di frequente, mi trovo di fronte a persone arroganti, ignoranti, presuntuose cui non riesco a dire ciò che penso. Ciò non fa che evidenziare tutti i limiti di un uomo dalle grandi risorse e capacità ma dallo spirito debole ed inesperto. Mi arrabbio ma forse, sentirmi “ultimo” nel lavoro, come nella vita, ha i suoi risvolti positivi. Allora a te che dal profondo della tua ignoranza mi guardi con quel sorriso idiota stampato in viso dico: “Sei ultima ma anche la prima delle stronze”.

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