La poesia è morta

Alcuni giorni la testa scoppia. In quei giorni immagino di prendere il volo ed abbandonare il quotidiano che mi opprime con il suo rumore e le parole. Purtroppo, dopo otto ore di frastuono e molestie acustiche, ci sono colleghi che rompono i coglioni al prossimo, urlando e ridendo sguaiatamente. Lo so, la soglia di tolleranza è bassa e loro evidentemente, non sentono il bisogno di godere di un momento di calma. Stasera sul treno pensavo ai miei viaggi di pendolare verso l’università o durante il servizio civile; sono passati vent’anni e tutto è cambiato. Allora i compagni occasionali di scompartimento erano entità misteriose di cui magari ti divertivi ad immaginare il vissuto o la storia, osservandoli. Se eri fortunato riuscivi pure ad iniziare una timida conversazione. Ed era un piacere. Ora invece sei costretto ad ascoltare le loro conversazioni telefoniche ed in men che non si dica, scopri tutto e di più: sai quante volte prendono la purga, vanno al cesso e cosa mangeranno. La poesia è morta ed io sto invecchiando, inesorabilmente.

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