Vecchia spugna

Mi sento spesso una spugna. A casa ho sempre assorbito le tensioni altrui, le crisi, i litigi. Forse è un fatto di empatia ma i danni ormai sono irreversibili. Anche in ufficio sono una spugna, nel senso che mi strizzano volentieri fino a completo asciugamento. Non è una questione di troppa accondiscendenza o disponibilità; il mio luogo di lavoro non è diverso da molti altri e come spesso accade, poche persone devono sopperire alla carenza di personale, sbattendosi doppiamente. Io non ho un approccio felice alle cose della vita. Si chiama ansia e muove ogni mio passo, persino le migliori intenzioni. Chi si avvicina in questo modo alla quotidianità paga un dazio esagerato: io sostengo che noi pensatori, sempre lì a spaccare il capello in quattro e a ragionare sulle cose (anche le più banali), facciamo straordinari non retribuiti. E la cosa ci frustra. Tutto torna sempre, a cominciare da ciò che reprimiamo. Si presenta sotto forma di insoddisfazione perenne e di istintiva ricerca di alternative, spesso estemporanee e fugaci. La mia riflessione di oggi sfiora la rassegnazione perché non è il caso di prendersela con la vita, la gente, la società; quanto mettiamo del nostro? La questione è sempre aperta.

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