Il piatto piange

La settimana lavorativa è stata pesante. Nel weekend al contrario, ho digiunato. Il piatto piange quando si tratta di vita mondana o anche solo di mettere il naso fuori di casa. E’ da tanto che non parlo di solitudine e sinceramente non mi preme ritornare sull’argomento. Quando però mi ritrovo ad infilarmi sotto le coperte che sono le dieci abbondanti di un Sabato sera, tocco con mano l’isolamento e l’alienazione di questi ultimi anni. Mi passa per la testa un solo pensiero: io posso, io devo. Se lo facessi, d’un tratto la vita sarebbe diversa. E’ una sorta di consolazione che non richiede impegno e che mette in luce tutti i limiti di un uomo mai cresciuto. Dal dire al fare qui non c’è di mezzo il mare ma qualcosa di immensamente grande e sproporzionato. E’ la paura di essere un altro che poi sarei sempre io, migliore. In questa autocritica sento puzza di bruciato. Non è che per caso ciò che non piace di me nasce dall’esigenza di dare un riscontro? Io e le relazioni, argomento delicato. Ci metto del mio, sono incomprensibile ma, allo stesso modo non comprendo. Dunque se volessi cambierebbe la mia vita. Ma la mia vita cambierebbe me? Diventerei forse capace di essere amico o amante? Queste riflessioni hanno un sapore antico, anzi sanno di vecchio. Tutto per cosa? Per piacere a chi? Vado a nanna.

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