La casetta al Polo

S

e vivessi in qualche sperduto villaggio ai confini con il Circolo Polare Artico, sarei probabilmente finalmente libero dalle catene che sono i miei continui viaggi interiori. A me il freddo paralizza i pensieri e considerando che “il pensare” costituisce la mia principale attività fuori orario lavorativo, mi sento un po’ disorientato. Il tempo sfugge e non hai nemmeno la possibilità di afferrarlo (o almeno l’illusione di farlo) mettendo in ordine le idee. Questo blog d’altronde si è sempre proposto di rispondere al mio istinto atavico di avere tutto sotto controllo: calzini, mutande, pensieri, giorni, mesi, vita. C’è anche del masochismo in tutto questo: se infatti riusciamo a precipitarci a letto senza chiederci nemmeno un “perché”, la notte ci trasporta verso un altro giorno e noi l’abbiamo scampata bella. Chi come me ama farsi male, sta male al pensiero di non aver pensieri. Colpa del freddo. Allora la soluzione della casetta ai limiti del Polo non sarebbe poi male; io che ho sempre immaginato un eremo nel bosco oppure una fantomatica isola deserta dove vivere del nulla materiale (adeguatamente compensato da un pieno soddisfacimento dell’anima), mi ritroverei in un contesto nemico ma sicuramente efficace allo scopo. Vado al Polo? Oppure aspetto che il ghiaccio si sciolga, almeno nel cervello? Forse è meglio; già solo la campagna che si colora al di là del finestrino è un buon motivo per avere pazienza.

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