La vetta

T

redicesima uscita. Quella del “chi si ferma è perduto”, applicata alla bicicletta, è una filosofia assolutamente pertinente. Tutto muove dalla passione per qualcosa che ci fa sentire in pace con noi stessi; poi bisogna avere ben chiari i propri limiti e le capacità. Quando sali sulla bici e affronti un qualsiasi percorso, ti ritrovi come davanti ad uno specchio: solo con te stesso. Ciò che incontrerai sulla strada, molto probabilmente ti costringerà a fare i conti con quelle che sono le tue paure e i dubbi. Gli stessi che ti mette davanti la vita.. Ah, se le gambe comandassero il cervello e non viceversa, forse tutto sarebbe più semplice. Se le hai buone o hai avuto la fortuna di conservarle in salute, le gambe ti possono portare ovunque. Nel corso della mia vita non ho mai avuto paura di salire; quello che mi ha rovinato è stata la cima. Non riuscire a vederla, non avere una vaga idea di quanto fosse lontana. Perdersi a capire dove fosse nascosta invece di concentrarsi sul come raggiungerla. Se mi fermo per tre settimane e poi risalgo in bici, non sarò perduto, ma poco ci manca. Le gambe vengono in soccorso e tutto si risolve. Non c’è cervello che ti rovini i piani e ti distragga dall’obiettivo. E allora “chi si ferma è perduto” vale, ma tutta la mia forza sta nelle gambe. Nella vita invece, vince ancora la pippa mentale, il frantumarsi le scatole a furia di capire il se, il come, il perché. A proposito della tredicesima uscita, senza sole si viaggia benissimo.

Blamat
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