Autore: Vincenzo

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Pendolare con l'hobby della scrittura e della fotografia

Ubi maior

S

esta uscita, sessantuno chilometri. Ora mi spiego perché ho buttato giù dalla torre la reflex e ho salvato la bici. Perché quando sei incazzato e depresso, la rabbia deve scendere attraverso i muscoli e la bocca tira fuori il fiato che altrimenti sarebbe bestemmia. Più spingi, più alzi l’asticella della tolleranza di tutto. Anche se non hai l’andatura dei vecchietti che ti superano, ti rendi conto che tu sei solo e quel che conta è andare oltre il tuo limite. Mano a mano che mi sono allontanato dalla fotografia, ho riscoperto l’importanza della qualità; non avendo stimoli, voglia e ispirazione, sono andato a riguardare alcuni vecchi scatti. Su oltre sei-settemila, ho salvato tre o quatrro fotografie. Molte di quelle che ho pubblicato, soprattutto in passato, sono orrende, piatte, senza un mezzo messaggio. Ci sono fotografi che sono passati alla storia per un solo, epico scatto. Io non pretendo quello perché non ho basi tecniche di ripresa e soprattutto in post-produzione. Però devo riconoscere che quattro foto sono venute davvero bene. La conclusione è che mi sarei potuto risparmiare o meglio, avrei dovuto puntare non alla quantità ma alla qualità. Una foto all’anno, diciamo. Nel caso della fotografia tutto parte da: occhio, ispirazione e anima. Poi vengono le tecniche. I risultati però sono spesso deludenti e, a differenza della bici, è proprio il prodotto che conta. Sui pedali non devi calcolare nulla ma solo avere voglia di andare oltre. In questa nuova fase ansioso-depressiva, mi affido a lei e a niente altro. Finchè posso appigliarmi allo scoglio, lo faccio.

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L’ombelico

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anno presto i meteorologi a parlare di cicloni, depressioni, vortici e temperature anomale. I meteorologi non hanno sentimenti e non sanno che la primavera porta luce, pensieri positivi, spirito propositivo, immaginazione. Persino quelli come me (tutto cervello e niente sogni), quando è primavera credono in un futuro migliore; guardando scorrere la campagna dal finestrino del treno, si perdono  dentro quadri naturali fatti di colori che illuminano le loro facce spente. Questo miscuglio di sentimenti, a mio parere, incarna perfettamente il significato della parola “attesa”. Non è primavera, non è autunno, non è inverno e nemmeno estate. Questo Maggio non è niente, come non lo è stato Aprile. Lo sapete che rischiamo grosso? Non è l’estate che voglio, io voglio l’attesa, godermi il piacere che la precede. Niente da fare. Che strano anno, questo del mio cinquantesimo. Lo definirei bizzarro. A breve saremo a metà della metà, il centro del centro, l’ombelico del mio cammino di vita. Tante cose vorrei dire ma salto da un argomento all’altro, vittima delle bizze del tempo e della perenne sensazione di non capirci più un cazzo. Come dissi l’ultima volta, lascio fare a chi di dovere; porti pure le nuvole, uccida la primavera, ci faccia sentire fuori tempo e luogo. Noi non abbiamo colpa.

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