Domenica

La vetta

T

redicesima uscita. Quella del “chi si ferma è perduto”, applicata alla bicicletta, è una filosofia assolutamente pertinente. Tutto muove dalla passione per qualcosa che ci fa sentire in pace con noi stessi; poi bisogna avere ben chiari i propri limiti e le capacità. Quando sali sulla bici e affronti un qualsiasi percorso, ti ritrovi come davanti ad uno specchio: solo con te stesso. Ciò che incontrerai sulla strada, molto probabilmente ti costringerà a fare i conti con quelle che sono le tue paure e i dubbi. Gli stessi che ti mette davanti la vita.. Ah, se le gambe comandassero il cervello e non viceversa, forse tutto sarebbe più semplice. Se le hai buone o hai avuto la fortuna di conservarle in salute, le gambe ti possono portare ovunque. Nel corso della mia vita non ho mai avuto paura di salire; quello che mi ha rovinato è stata la cima. Non riuscire a vederla, non avere una vaga idea di quanto fosse lontana. Perdersi a capire dove fosse nascosta invece di concentrarsi sul come raggiungerla. Se mi fermo per tre settimane e poi risalgo in bici, non sarò perduto, ma poco ci manca. Le gambe vengono in soccorso e tutto si risolve. Non c’è cervello che ti rovini i piani e ti distragga dall’obiettivo. E allora “chi si ferma è perduto” vale, ma tutta la mia forza sta nelle gambe. Nella vita invece, vince ancora la pippa mentale, il frantumarsi le scatole a furia di capire il se, il come, il perché. A proposito della tredicesima uscita, senza sole si viaggia benissimo.

Blamat

Il castello

D

odicesima uscita. Pedalare ha del miracoloso. Sentire le gambe che vanno oltre il proprio limite personale, soprattutto cerebrale, apre la strada all’impossibile. Se ti fermi però, sei fottuto. Esattamente come nella vita. Il peggior nemico di oggi è stato il tasso di umidità: non sapete quanto darei per vivere in quei luoghi d’italia (e ce ne sono) dove il clima è sempre ideale per pedalare. Chissà, forse le gambe ed il fiato d’improvviso tornerebbero ad essermi amici. Venendo all’uscita di oggi, dopo circa venti chilometri mi sono avventurato sulle salitelle che portavano in cima ad una collina. Lassù, il castello. Troppo per me. Eppure ho iniziato bene, e sentivo di potercela fare. A fregarmi, aver perso di vista il castello, non poter calcolare quanto potesse mancare al traguardo. Mi sono fermato che ero, a mio parere, oltre metà del cammino, e sono risceso per le stradine. Peccato, forse la prossima volta. Questa maledetta metafora della vita, l’obiettivo ben visibile per evitare un rischio, mi fotte ancora una volta. Oggi era davvero dura pedalare nonostante avessi inforcato la bici intorno alle sette e trenta. A compensare sempre tutto l’imparagonabile senso di liberta e, come ho detto all’inizio del post, le sensazioni che la fatica produce. Quando ti rendi conto di dare il massimo di te stesso per una causa nobile come una passione, un amore, a quel punto sei un uomo completo. Tutto l’opposto di quello che accade sul lavoro. Ci rivediamo, care strade, tra venti giorni. Sarà una grande fatica ma in mezzo ci sta che io parta per una meritata prima parte di vacanze. Non so se avrò occasione di scrivere, in caso contrario, avrò molto da raccontarvi.

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