Bici

Rotolando

V

entiquattresima uscita. La crisi è profonda e più aumenta il peso sullo stomaco, più le gambe sono chiamate a rimettere le cose al loro posto. Il freddo del mattino è il mio migliore alleato, amico e complice. Il tronco e le braccia fanno molta fatica a sciogliersi mentre gli occhi fissano il movimento costante delle gambe. E’ meraviglioso non sentire quasi nulla, nemmeno quando ritorni là, sotto la collinetta che porta al castello e decidi in un istante di riprovare a salire. Ripassi tutte le tecniche per evitare che il cuore esca fuori dal petto e rotoli giù, lungo la discesa; respiri in modo regolare, ti accorgi che la volta prima non era stata la stessa cosa. Ora è persino piacevole. Poi leggo che la pendenza si attesta intorno all’otto percento. Non è male. Incontro due signore con il cane nel punto dove la collina si fa più sopportabile e apre la porta alla campagna, velata di foschia. Mangio una barretta energetica, poi riparto. Non esiste un momento della mia uscita in cui non mi senta libero. La solitudine è perfetta se al posto delle quattro pareti della stanza, ci metti un quadro dal vero e qualcosa da respirare. Si è così abituati alle realtà artificiali, fatte di incomprensioni, equivoci, pregiudizi, letture della vita altrui; io invece voglio mostrarmi come sono (pieno di difetti e di paure) nudo e crudo, senza timore di essere smentito. Torno a casa. Non sento dolore fisico ma una salutare stanchezza, poi mi accorgo che quel peso è rotolato via, lungo la discesa.

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La mia bici

V

entitreesima uscita. In fondo, la passione è tutta lì, in quel girarsi sotto le coperte che è Domenica per poi scattare in piedi, perché lei è pronta dalla sera prima. C’è ancora qualcosa che mi muove, nonostante la mia vita vuota, piatta, solitaria. Si chiama piacere ma è ancor prima motivazione, spinta verso l’alto quando ti senti sprofondare. So che è ancora troppo poco per dare un senso, se non alla vita, ad un fine settimana. E’ poco perché, dietro certe alzate mattutine, si nasconde il niente della sera prima. Probabilmente deve andare così. Non pedalo più veloce, sento solo le gambe andare per conto proprio, il fiato non manca. Come ho già detto l’ultima volta, il fresco e la prima nebbiolina non mi lasciano tempo di guardarmi attorno. Qui la bici trova la sua ragione più vera: concentrarsi sullo sforzo, osservare le gambe che, ad ogni movimento circolare, spazzano via un pensiero negativo. Non parlo di velocità media o di chilometri, né di panorami o di colori. Non c’era luce nel cielo di questa domenica d’ottobre ma solo la voglia di ribellarmi ad uno strano destino che mi vuole solo e per questo, felice. Almeno sulla mia bici.

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