Domenica

Il castello

D

odicesima uscita. Pedalare ha del miracoloso. Sentire le gambe che vanno oltre il proprio limite personale, soprattutto cerebrale, apre la strada all’impossibile. Se ti fermi però, sei fottuto. Esattamente come nella vita. Il peggior nemico di oggi è stato il tasso di umidità: non sapete quanto darei per vivere in quei luoghi d’italia (e ce ne sono) dove il clima è sempre ideale per pedalare. Chissà, forse le gambe ed il fiato d’improvviso tornerebbero ad essermi amici. Venendo all’uscita di oggi, dopo circa venti chilometri mi sono avventurato sulle salitelle che portavano in cima ad una collina. Lassù, il castello. Troppo per me. Eppure ho iniziato bene, e sentivo di potercela fare. A fregarmi, aver perso di vista il castello, non poter calcolare quanto potesse mancare al traguardo. Mi sono fermato che ero, a mio parere, oltre metà del cammino, e sono risceso per le stradine. Peccato, forse la prossima volta. Questa maledetta metafora della vita, l’obiettivo ben visibile per evitare un rischio, mi fotte ancora una volta. Oggi era davvero dura pedalare nonostante avessi inforcato la bici intorno alle sette e trenta. A compensare sempre tutto l’imparagonabile senso di liberta e, come ho detto all’inizio del post, le sensazioni che la fatica produce. Quando ti rendi conto di dare il massimo di te stesso per una causa nobile come una passione, un amore, a quel punto sei un uomo completo. Tutto l’opposto di quello che accade sul lavoro. Ci rivediamo, care strade, tra venti giorni. Sarà una grande fatica ma in mezzo ci sta che io parta per una meritata prima parte di vacanze. Non so se avrò occasione di scrivere, in caso contrario, avrò molto da raccontarvi.

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Conto alla rovescia

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ndicesima uscita. Sono tornato a pedalare dopo due settimane e l’ho fatto in una frizzantina, prima Domenica di Luglio. Da subito l’impressione è stata di trainare un autoarticolato da mille tonnellate. Dopo un po’ di chilometri mi sono accertato che la pressione delle gomme fosse a posto. Il percorso di oggi ha messo alla prova la mia schiena, sottoposta a continue sollecitazioni a causa del fondo stradale accidentato. Un vero peccato perché la temperatura era più che ideale. Ne ho tirato fuori circa cinquantacinque chilometri che sono l’unico aspetto da salvare. Lungi da me pensare si sia trattato di un’uscita da buttare ma ho fatto alcune riflessioni a gambe all’aria. Sono molto stanco mentalmente e probabilmente ho bisogno non tanto di scaricare i muscoli quanto il cervello; per questo ci vogliono le vacanze che arriveranno da qui a due settimane abbondanti. Mi manca molto un po’ di sole sulla faccia, quell’abbozzo di colore che aiuta a sentirsi non di certo fighi, per carità, ma più piacevoli nel guardarsi allo specchio al mattino. Comunque dopo circa venticinque-trenta chilometri, le gambe avevano ripreso un po’ di coraggio. Fermarsi non aiuta, né per due settimane né per dieci minuti quando senti che hai preso il ritmo giusto; se lo fai non hai scampo. Oggi alle quattro io e miei tronchi siamo caduti in un sonno profondissimo da stanchezza fisica che chiama il riposo cerebrale. L’uscita ha avuto un suo perché, ora però mi butto a capofitto nel conto alla rovescia. I monti, mi aspettano. Dai, ce la posso fare.